Lunedì 20 luglio Andy Burnham è arrivato a Downing Street dopo l’udienza con re Carlo III a Buckingham Palace. Burnham – sessantesimo primo ministro britannico da quando Robert Walpole entrò in carica nel 1721 – ha impiegato sei minuti per illustrare come intendeva governare il Paese dopo aver raccolto l’eredità di Keir Starmer.
Gran parte del discorso di 550 parole pronunciato da Burnham riproponeva temi già affrontati durante la campagna con cui aveva sfidato Starmer e riprendeva numerosi passaggi del discorso tenuto il 17 maggio dopo la vittoria alla leadership laburista. Sorprendentemente, è stato anche l’unico intervento sostanziale rilasciato dal nuovo primo ministro britannico durante la sua prima settimana in carica.
Burnham ha esordito con una sorta di “confessione”, sostenendo che i politici britannici devono “alzare il livello” e affrontare nuove sfide, dimostrando al mondo che “possiamo ritrovare ancora una volta la nostra stabilità, far funzionare la politica e farla funzionare meglio”.
Rivolgendosi non solo ai giornalisti presenti davanti a Downing Street ma anche ai cittadini, ha aggiunto: “So che le persone a casa sono stanche della politica. Vi ascolto e voglio essere sincero con voi: non siamo stati all’altezza e dobbiamo fare di meglio”.
Alla ricerca delle cause del declino britannico, Burnham ha puntato il dito contro gli anni Ottanta, quando Margaret Thatcher dominava la politica del Regno Unito. Secondo lui, il Paese “ha imboccato alcune strade sbagliate. Il potere politico è stato centralizzato, quello economico privatizzato e vaste aree del Paese sono state deindustrializzate”. Colpisce l’assenza di qualsiasi riferimento al decennio tra 1997 e 2007 dei governi Blair e Brown o al caos economico e sociale che aveva favorito l’ascesa della stessa Thatcher.
Burnham ha promesso una politica “più collaborativa, più orientata alla soluzione dei problemi che alla ricerca dello scontro”. Con una certa dose di ambizione, ha definito il proprio arrivo al governo “uno spartiacque per la Gran Bretagna”, promettendo “i cambiamenti più importanti degli ultimi quarant’anni: un nuovo modello politico e un nuovo modello economico”.
Secondo il primo ministro, la chiave sarà una radicale redistribuzione del potere. Il suo governo trasferirà competenze da Londra “a ogni codice postale del Paese”, permettendo alle comunità locali di assumere un ruolo più attivo nella costruzione di una nuova economia.
Accanto al decentramento, l’esecutivo intende invertire il processo di privatizzazione dei servizi pubblici, una delle principali richieste dei sindacati che hanno sostenuto la candidatura di Burnham. I beni essenziali, come l’acqua, saranno sottoposti a un controllo pubblico più rigoroso per renderli più accessibili. Un’altra priorità sarà la reindustrializzazione del Regno Unito attraverso politiche di appalti pubblici che privilegino le imprese britanniche.
Le modalità con cui questi obiettivi saranno raggiunti verranno illustrate in un piano decennale che sarà presentato entro la fine dell’anno e che, nelle intenzioni del governo, definirà “il percorso da dove siamo oggi a dove credo tutti vogliamo che la Gran Bretagna arrivi”. Nel frattempo Burnham ha promesso interventi immediati per offrire ai cittadini “un po’ di respiro” rispetto al costo della vita. Tre di queste misure sarebbero state annunciate nei giorni successivi.
Il primo ministro ha inoltre ribadito l’impegno a costruire un maggior numero di case popolari, tema particolarmente caro all’elettorato laburista: oggi nel Regno Unito circa 1,5 milioni di famiglie sono in lista d’attesa per un alloggio pubblico.
Ha annunciato anche l’obiettivo di riportare più giovani nel mercato del lavoro “riformando il sistema educativo, offrendo maggiore sostegno e ampliando i servizi di salute mentale”. Si tratta di un impegno significativo, considerando che nel Regno Unito circa un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione.
Consapevole dei vincoli di bilancio, Burnham si è impegnato a trovare «un modo equo e sostenibile» per ridurre la spesa per il welfare, rispettare le regole fiscali e mantenere gli impegni assunti con gli alleati internazionali in materia di difesa.
Con una frase ad effetto, ha poi promesso di attraversare “quella porta alle mie spalle e impartire il primo ordine per porre fine al fenomeno dei senzatetto nel nostro Paese”. Ha concluso assicurando che metterà “i giusti valori e i giusti standard al centro del governo” e “la cura delle persone al centro di tutto ciò che farò”.
In un’omissione piuttosto significativa, Burnham non ha fatto alcun riferimento al suo predecessore, Sir Keir Starmer. Eppure, appena un’ora prima, parlando dallo stesso luogo, Starmer aveva pubblicamente augurato buon lavoro e pieno sostegno al suo successore.
Il governo “molto Burnham”
Parlando al Partito Laburista il 17 luglio, subito dopo la conferma della sua elezione alla leadership, Burnham aveva riconosciuto le profonde divisioni interne che da tempo attraversavano il partito, dichiarando: “Oggi abbiamo superato quella fase”. Il suo invito a lasciarsi alle spalle le lotte tra correnti lasciava intendere che avrebbe formato un governo rappresentativo delle diverse anime del Labour. Non è stato così.
Il gabinetto riunitosi per la prima volta lo scorso martedì porta chiaramente l’impronta personale di Andy Burnham. La sua caratteristica più evidente è l’epurazione degli alleati di Starmer e la promozione dei sostenitori di Burnham e dei cosiddetti “ribelli di Starmer”, che hanno contribuito alla sua ascesa a Downing Street. Le nomine mostrano un lato spietato e una determinazione ferrea che contrastano con l’immagine pubblica, più cordiale e rassicurante, del nuovo primo ministro.
Tra gli esponenti più vicini a Starmer esclusi dal governo figurano la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, il vicepremier e ministro della Giustizia David Lammy, la ministra per la Scienza e la Tecnologia Liz Kendall, la segretaria per il Galles Jo Stevens, il ministro dell’Edilizia Steve Reed e il procuratore generale Richard Hermer, uno degli alleati più fidati dell’ex primo ministro.
Secondo indiscrezioni provenienti dall’entourage di Burnham, a Rachel Reeves sarebbe stato offerto un altro incarico di primo piano – si è parlato del ministero della Difesa – ma avrebbe rifiutato. Curiosamente, sua sorella Ellie Reeves è stata invece scelta come nuovo procuratore generale, succedendo proprio a Hermer.
La ricompensa più importante è andata a John Healey, uno dei principali “ribelli” contro Starmer, nominato cancelliere dello Scacchiere, il più prestigioso tra i Great Offices of State dopo la carica di primo ministro. Healey si era dimesso da ministro della Difesa nel giugno scorso per divergenze sulla futura spesa militare. Molti interpretarono quelle dimissioni come il colpo definitivo al governo Starmer.
Gli altri due Great Offices of State sono stati affidati a Shabana Mahmood, nominata ministra dell’Interno, e a Ed Miliband, nuovo ministro degli Esteri. Entrambi ambivano al Tesoro. Lo spostamento di Miliband, proveniente dal ministero della Sicurezza energetica e della Transizione ecologica, appare anche una scelta tattica: se Burnham decidesse di fare marcia indietro sulle controverse politiche di sfruttamento del Mare del Nord promosse da Miliband, quest’ultimo non ne subirebbe direttamente le conseguenze politiche.
Anche la conferma di Shabana Mahmood è apparsa logica. Pur criticata da alcuni deputati laburisti per la gestione dell’immigrazione e delle richieste d’asilo, Mahmood ha dimostrato di saper resistere alle pressioni politiche su uno dei dossier più delicati del governo.
A sostituire Miliband al ministero dell’Energia è stata Miatta Fahnbulleh, un’altra esponente del gruppo dei cosiddetti “ribelli di Starmer”. A maggio, Fahnbulleh si era guadagnata, per così dire, “un posto al tavolo del governo” diventando il primo ministro a dimettersi e a chiedere pubblicamente le dimissioni di Starmer, sostenendo che i suoi elettori avevano “perso fiducia e confidenza” nel primo ministro.
Wes Streeting ha preso il posto di Healey alla Difesa. Come Healey, anche Streeting ha avuto un ruolo importante nella caduta di Starmer. Le sue dimissioni da ministro della Salute, arrivate dopo i disastrosi risultati ottenuti dal Labour alle elezioni amministrative di maggio, hanno rappresentato un duro colpo per il governo. Nella lettera di dimissioni, particolarmente severa, aveva scritto di essere giunto alla conclusione che “restare al governo sarebbe stato disonorevole e contrario ai miei principi”. Streeting ha poi ulteriormente rafforzato il proprio rapporto con Burnham ritirandosi dalla corsa alla leadership, spianandogli di fatto la strada verso Downing Street.
Anche questa nomina appare politicamente accorta. Oltre a premiare uno dei principali oppositori interni di Starmer, affidare a Streeting il ministero della Difesa significa collocarlo in un dicastero nel quale difficilmente potrà creare problemi politici. Il cancelliere dello Scacchiere John Healey, infatti, oltre a controllare la spesa pubblica, possiede l’esperienza necessaria in materia di difesa per evitare il ripetersi dei duri scontri tra Tesoro e ministero della Difesa che avevano caratterizzato il governo precedente. Streeting, al contrario, non ha alcuna esperienza nel settore.
Burnham ha ulteriormente consolidato la propria posizione portando nel governo due figure centrali della sua campagna per la leadership, Louise Haigh e Anneliese Midgley. Haigh, considerata da molti la principale artefice della macchina politica del nuovo primo ministro, è diventata First Secretary of State e ministra dell’Ufficio di Gabinetto, mentre Midgley è stata nominata Chief Whip, responsabile della disciplina parlamentare del Labour. Entrambe saranno determinanti nel mantenere il controllo dell’esecutivo.
Tra gli altri fedelissimi promossi al governo figurano Angela Rayner, Lisa Nandy, Heidi Alexander, Lucy Powell e Alex Norris, tutti sostenitori di lunga data di Burnham e tra coloro che ne avevano appoggiato il diritto a candidarsi al Parlamento, primo passo del percorso che lo ha portato a Downing Street.
Mentre il nuovo governo prendeva forma, il ministro uscente dell’Edilizia Steve Reed ha inviato a Burnham un messaggio eloquente: “Spero che coloro che non sono stati leali con Keir lo siano almeno con te”. Dalle scelte compiute dal nuovo primo ministro emerge però che non aveva bisogno di questo consiglio: si è circondato di un numero sufficiente di “guardie del corpo” politiche per tenere a bada eventuali contestatori.
Un tempismo favorevole
Andy Burnham entra a Downing Street in una posizione che molti capi di governo possono solo sognare. Guida un esecutivo monocolore sostenuto da una solida maggioranza parlamentare, ereditata proprio dal leader che ha appena sostituito. Ha inoltre formato un governo composto da ministri esperti e largamente allineati con la sua visione politica.
È inevitabile che tra i deputati laburisti vi siano ancora malumori, soprattutto tra chi è stato estromesso dall’esecutivo o sperava in una promozione che non è arrivata. Tuttavia, almeno per ora, tali tensioni non sembrano essersi tradotte in aperto dissenso.
Burnham ha beneficiato anche di una notevole fortuna sul piano del calendario. È entrato in carica pochi giorni dopo l’inizio della pausa estiva della Camera dei Comuni e non dovrà affrontare il Parlamento come primo ministro prima di settembre: il più lungo intervallo, nell’epoca postbellica, tra la nomina di un capo del governo e la sua prima comparsa ai Comuni.
Anche il contesto mediatico gli è favorevole. Mentre Burnham conquistava la leadership e successivamente Downing Street, gran parte della stampa britannica ha mostrato una certa riluttanza a metterlo realmente sotto pressione. Ora, inoltre, il sistema mediatico entra nella tradizionale silly season, il periodo estivo in cui l’attualità politica rallenta e l’attenzione dell’opinione pubblica si disperde.
Questa coincidenza offre a Burnham e alla sua squadra un prezioso margine di manovra per organizzarsi e sviluppare le proprie politiche lontano dai riflettori. Un ulteriore vantaggio è rappresentato dal fatto che il governo dispone ancora di tre anni prima delle prossime elezioni generali.
Nel frattempo sono in corso due consultazioni elettorali: quella per scegliere il successore di Burnham alla guida della Greater Manchester e l’elezione suppletiva nel collegio lasciato vacante dalle dimissioni di Nigel Farage dalla Camera dei Comuni. Nessuna delle due sembra destinata a creare particolari problemi al nuovo primo ministro. Le principali forze politiche britanniche hanno infatti deciso di non competere seriamente nel collegio di Clacton, lasciando di fatto campo libero a Farage, mentre i sondaggi indicano che la candidata laburista Bev Craig è favorita nella corsa alla carica di sindaco della Greater Manchester.
Far quadrare i conti sarà molto più difficile
Se la conquista del potere è stata relativamente agevole, governare si prospetta assai più complicato.
Come il precedente esecutivo, anche il governo Burnham si trova ad affrontare un’economia caratterizzata da crescita debole, bassi investimenti, elevato debito pubblico, stagnazione dell’occupazione e un’ampia fascia di popolazione economicamente inattiva. Burnham ha richiamato l’attenzione sul milione di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo, ma questo rappresenta soltanto uno dei numerosi problemi strutturali del Paese. A queste difficoltà interne si aggiungono importanti sfide sul piano internazionale.
Considerando che Burnham è arrivato a Downing Street non grazie a elezioni anticipate, bensì al termine di una lunga campagna interna volta a sostituire Starmer, sorprende che durante la sua prima settimana non abbia fornito indicazioni più dettagliate su come intenda affrontare questi problemi.
Tre delle misure destinate a concedere ai cittadini un po’ di “respiro” sono già state annunciate: l’abolizione dell’IVA sulle bollette elettriche domestiche, il tetto massimo di due sterline alle tariffe degli autobus e la riduzione delle imposte locali per pub, locali e sale da concerto. Tutte sono state presentate come interventi contro il caro vita, ma dietro gli annunci emergono diverse criticità.
L’abolizione dell’IVA sulle bollette dovrebbe consentire un risparmio medio di circa 45 sterline l’anno per famiglia. Qualsiasi riduzione dei costi è naturalmente benvenuta, ma poco più di una sterlina alla settimana difficilmente può essere considerata una misura capace di cambiare significativamente la situazione economica delle famiglie.
Ancora più delicata è la questione della copertura finanziaria. Il provvedimento avrebbe dovuto essere finanziato cancellando il progetto per l’introduzione delle carte d’identità digitali. Tuttavia, appena un giorno dopo l’annuncio, è emerso che quel programma non disponeva nemmeno dei fondi necessari per essere realizzato. Di conseguenza, le risorse dovranno essere reperite attraverso nuovi tagli di spesa oppure nella prossima legge di bilancio.
Anche il tetto massimo di 2 sterline per le tariffe degli autobus solleva alcune perplessità. Il provvedimento riguarda soltanto l’Inghilterra al di fuori di Londra e non si applica automaticamente a Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Anche in questo caso il finanziamento rappresenta un problema. Il costo stimato della misura, circa 500 milioni di sterline, dovrebbe essere coperto trasformando in prestiti rimborsabili i fondi britannici destinati alle “donazioni internazionali per il clima”. La proposta è stata criticata perché, secondo alcuni, trasferirebbe il costo dell’operazione sui Paesi del Sud globale.
Allo stesso tempo, può essere criticata come una forma di “contabilità creativa poco trasparente”: secondo l’Institute for Fiscal Studies, infatti, non vi sarebbe alcuna garanzia su quale quota di questi “prestiti” – né sugli interessi maturati – verrà effettivamente restituita.
La terza iniziativa, annunciata nel terzo giorno di vita del governo, prevede invece una riduzione delle imposte locali per pub, club e locali musicali. Anche questa misura, tuttavia, riguarda esclusivamente l’Inghilterra.
Il governo sostiene che sarà interamente finanziata attraverso risparmi ottenuti dalla revisione dei contributi richiesti alle imprese che non apportano un contributo positivo alle comunità locali. Tuttavia, non ha ancora chiarito quali aziende saranno coinvolte né quanto gettito sarà effettivamente generato dalla modifica.
Le difficoltà emerse attorno a queste tre iniziative, per quanto relativamente limitate, rappresentano un inizio poco incoraggiante. Le intenzioni possono essere positive, ma – come recita un vecchio detto – la strada verso l’inferno politico è spesso lastricata di buone intenzioni.
Politica come pantomima
In un precedente articolo, l’autore aveva osservato che la politica è un gioco duro. La rimozione di Keir Starmer appena due anni dopo aver riportato il Labour al governo con una maggioranza parlamentare di 166 seggi, dopo quattordici anni all’opposizione, dimostra quanto possa essere spietata la politica britannica.
L’arrivo di Starmer a Downing Street avrebbe dovuto porre fine alla “politica da pantomima” e inaugurare una fase più stabile e adulta della vita pubblica britannica. Non è andata così. Anzi, negli ultimi due anni la politica del Regno Unito è diventata, se possibile, ancora più spettacolare e basata sulla performance.
Starmer ha governato con integrità, ma non era un comunicatore naturale. Ha inoltre commesso alcuni errori, tra cui la controversa nomina di Peter Mandelson, avvenuta nonostante quest’ultimo non avesse superato i controlli di sicurezza. Una decisione che, considerando il passato professionale di Starmer come ex procuratore della Corona, continua ancora oggi a lasciare molti osservatori perplessi.
Il suo governo ha comunque ottenuto risultati significativi. Durante il mandato di Starmer, le liste d’attesa del servizio sanitario nazionale (NHS) si sono ridotte, la povertà infantile è diminuita e sono stati compiuti passi avanti su un’agenda progressista in materia di diritti civili.
Starmer ha inoltre contribuito a ridurre la frattura tra Regno Unito e Unione europea dopo la Brexit e, nonostante i frequenti attacchi verbali provenienti dalla Casa Bianca, ha costruito una relazione funzionale con il presidente Donald Trump.
Il problema è stato che né Starmer né il suo gruppo dirigente hanno saputo comunicare adeguatamente questi risultati. Nell’era di TikTok, la sobrietà e la modestia non rappresentano necessariamente un vantaggio politico.
Un altro errore è stato non costruire una rete sufficientemente forte di alleanze interne. Quando i sostenitori di Burnham hanno iniziato la loro campagna per portare “il loro uomo”a Downing Street, Starmer non disponeva di una squadra altrettanto determinata e organizzata capace di contrastarla.
Il contrasto tra Starmer e Burnham non potrebbe essere più netto. Durante i suoi sette anni come sindaco della Greater Manchester, Burnham ha riportato sotto controllo locale alcuni servizi di autobus, ha creato la rete integrata Bee Network, ha riformato il sistema tariffario e ha acquisito una grande visibilità nazionale grazie agli scontri con il governo di Boris Johnson durante la pandemia di Covid, in particolare sulle risorse destinate alla regione e sulle restrizioni di livello 3 (Tier 3), che colpirono duramente pub e settore dell’ospitalità.
Questi risultati, pur non essendo irrilevanti, sono stati trasformati dalla campagna elettorale di Burnham in simboli di una nuova stagione politica. Al contrario, Starmer e il suo gruppo dirigente sono stati molto più esitanti nel valorizzare i risultati raggiunti durante i due anni al governo.
Il rischio della “sbornia” iniziale
Il primo ministro Burnham possiede senza dubbio carisma, comunica efficacemente e gode di un’immagine pubblica molto favorevole ai media.
La domanda che accompagnerà i prossimi tre anni – sempre che non decida di convocare elezioni anticipate – è se l’entusiasmo che ha accompagnato la sua ascesa riuscirà a durare abbastanza a lungo da permettergli di realizzare almeno una parte delle promesse fatte al popolo britannico lo scorso lunedì.
La vera sfida per Burnham sarà trasformare il consenso iniziale, alimentato dalla novità e dal contrasto con il predecessore, in risultati concreti. La politica britannica ha già dimostrato più volte che il periodo di grazia di un nuovo leader può essere breve: l’effetto euforia può svanire rapidamente quando arrivano le difficoltà quotidiane del governo.
La prossima fase non sarà quindi quella della conquista del potere, ma quella – molto più complessa – della sua gestione.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

